"Tra la fanghiglia ho intravisto il vigile che mi passava una corda"
"Non dimenticherò quella mano
che mi ha salvato la vita"
La moglie del pompiere, incinta, sviene nella camera ardente
di MASSIMO LUGLI
ROMA - "Non ho visto il sommozzatore che si avvicinava. L'acqua era troppo torbida. Ero incastrato nella chiusa, avevo anche il vetro dello scafandro appannato. Tra la fanghiglia ho intravisto un braccio che mi porgeva una corda. L'ho afferrata e me la sono agganciata all'imbracatura delle bombole. Poi mi hanno tirato su, in salvo".
Parla e piange, piange e ricorda quei momenti terribili Paolo De Iure, il sub salvato grazie al sacrificio di Simone Renoglio, il vigile del fuoco che verrà proposto per una medaglia al valore civile. Dal suo letto d'ospedale, il tecnico della "Adriatic" trova la forza di ricostruire le sue tre ore di angoscia, imprigionato tra l'acqua e la melma di Castel Giubileo, davanti ai medici, ai parenti e agli agenti del commissariato di Montesacro, che lo hanno interrogato in serata. "Una parte di me è morta assieme a Simone - continua Paolo che resterà in osservazione ancora per due o tre giorni - non riesco ad esprimere a parole il dolore che provo per quello che è successo". La notizia, spiega il padre, Franco, gli è stata data dai medici e da allora il ragazzo non ha avuto pace. Soffre per i postumi dell'ipotermia e un trauma a una gamba, ma guarirà in fretta.
"Gli sarò vicino per sempre, vorrei abbracciarli e ringraziarli per il sacrificio di quel ragazzo. Penso a tutti quelli che si sono prodigati per salvarmi, anche i miei colleghi della Adriatic sub che hanno avuto la freddezza e la professionalità per intervenire velocemente". Il giovane non riesce a trattenere un'altra crisi di lacrime. E' un racconto spezzettato, interrotto da lunghi, penosi, silenzi.
Cos'ha provocato l'incidente? Qualcosa di sbagliato?
"Assolutamente no. Solo una serie di sfortunate coincidenze. La causa di quello che è successo è soltanto il destino".
Era un'immersione rischiosa?
"No, non per noi. Era un lavoro di routine. Siamo abituati a intervenire in situazioni molto più difficili, abbiamo l'addestramento e la tecnologia necessari per affrontare il pericolo". Il sommozzatore pensa all'apertura della diga, all'acqua che tracima, inarrestabile, oltre gli argini, che travolge le barche e inonda le case. Si sente in qualche modo responsabile anche se non lo dice apertamente. "Mi dispiace, oltre che per Simone e la sua famiglia, che saranno sempre nel mio cuore, anche per tutti quelli che hanno sofferto, che sono stati danneggiati a causa di quello che è successo alla diga". Poi i medici interrompono il colloquio.
"E' un ragazzo molto sensibile - spiega il padre, Franco - non volevamo dirgli della morte del vigile, non ancora. Aspettavamo che si riprendesse ma quando siamo arrivati all'ospedale, purtroppo, lo sapeva già".
Franco De Iure, ieri pomeriggio, è andato assieme alla figlia alla camera ardente di Simone Renoglio, allestita nella sede del comando provinciale dei vigili del fuoco, in via Genova. Giacche verdi, tute rosso fiamma, un cordone di sommozzatori attorno alla bara, la salma del sub composta in un'espressione di pace, con il casco e il berretto blu ai piedi della cassa. In lacrime, il padre del ragazzo salvato da Simone ha abbracciato Stefano, il fratello della vittima, ha ringraziato il comandante del corpo, Luigi Abate, ha pregato singhiozzando davanti alla bara.
Scene terribili quando, alle 20, la sala ormai semideserta, è arrivata da Ostia la moglie Rita, agente di polizia che aspetta il secondo figlio, accompagnata dalla madre Rosa e dai parenti più stretti. Pochi passi verso il feretro del marito e la donna è crollata di schianto, svenuta. Urla, lacrime, il medico che accorre mentre il coro di lamenti copre le note della Messa da Requiem di Mozart. Poco prima, una sfilata di autorità: Giuseppe Pisanu, Gianfranco Fini, Enzo Bianco, Pierluigi Castagnetti il capo della polizia Gianni Di Gennaro, il sindaco Walter Veltroni, il presidente della provincia Silvano Moffa, il prefetto Emilio Del Mese. Paolo De Santis, che ha tentato di salvare Simone con la respirazione bocca a bocca, si china sul cadavere dell'amico e gli parla a lungo, con affetto, accarezzandogli la mano. "No, non sappiamo se aprire le paratoie della diga è stato uno sbaglio, sappiamo solo che quando una persona rischia la vita dobbiamo fare di tutto per salvarlo". Carlo Rosa, capo del nucleo sommozzatori, taglia corto con le polemiche, coi sussurri sempre più insistenti. Ora è il momento di piangere, la rabbia verrà dopo.
(16 gennaio 2003)
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