Subacqueo annega nel porto di Multedo GENOVA . Francesco Tortorella, 49 anni, e' morto ieri mattina nelle acque del porto petroli di Multedo. E' stato colto da malore mentre ispezionava una boa. Il sub lavorava per la ditta "Drafin Sub". Soccorso da un elicottero dei vigili del fuoco, e' giunto cadavere al "San Martino".
(7 gennaio 1992) - Corriere della Sera
Il presente Blog non è la macabra lista di chi è venuto a mancare durante lo svolgimento della professione di sommozzatore ma un modo di ricordarli e dare la possibilità a chi li legge di imparare, ove ci sono delle responsabilità, dagli errori. Speriamo di cuore che non ci sia MAI la necessità di aggiornare la lista e si sviluppi una più coscienziosa applicazione delle norme in materia di sicurezza. DIVE SAFE!
PRECISAZIONE
Il blog raccoglie gli articoli che sono stati pubblicati in merito agli incidenti e presto cercheremo di raccolgiere quanto più materiale sia possibile per ricordare queste anime. Il blog NON GIUDICA IN ALCUN MODO CHI-COME e PERCHE'!
NON SCORDIAMOLI E SOPRATTUTTO DIAMO LORO UNA SECONDA VITA NEI NOSTRI RICORDI.
Con la speranza che siano, anche se già troppi, gli ultimi!!
NON SCORDIAMOLI E SOPRATTUTTO DIAMO LORO UNA SECONDA VITA NEI NOSTRI RICORDI.
Con la speranza che siano, anche se già troppi, gli ultimi!!
domenica 30 dicembre 2012
sabato 29 dicembre 2012
OTTAVIO BAUMRGARTNER
Castelnuovo don Bosco: giovane sub muore durante immersione in un canale
La tragedia ieri a Sermide nel Mantovano. Il giovane Ottavio Baumgartner di 21 anni stava effettuando dei lavori di pulizia in un canale per il raffreddamento delle turbine in una centrale elettrica
La sciagura è avvenuta a Sermide nel Mantovano all'interno della centrale Edipower. Il giovane era impegnato nel lavoro per conto della ditta Arte Sub di La Spezia.
Ottavio Baumgartner con alcuni colleghi si era immerso da una mezzora in una cisterna profonda tre metri che serve per effettuare il raffreddamento delle turbine. Non vedendolo riemergere i colleghi hanno dato l'allarme.
Nel giro di pochi minuti il giovane è stato riportato in superficie, ma ormai era senza vita. Sono in corso accertamenti medici per stabilire le cause del decesso.
A Castelnuovo Don Bosco lascia il i genitori che gestiscono un'oreficeria ed un fratello, Giovanni di 25 anni, anch'egli subacqueo professionista che gestisce un'attività nautica in Tailandia.
ALESSANDRO CUPPINI
Sub morì per attrezzatura inadeguata
Condannato a 18 mesi il datore di lavoro
Ha patteggiato un anno e mezzo con la sospensione condizionale il 49enne di Trento titolare della ditta di Villazzano specializzata in lavori subacquei, datore di lavoro di Alessandro Cuppini, il sommozzatore di 47 anni morto il 9 dicembre 2008 mentre era impegnato nella manutenzione della diga dell’Enel a San Pellegrino. Il sub, che abitava a Terzolas, in provincia di Trento, era morto per una acuta insufficienza respiratoria, mentre si trovava sott’acqua, impegnato in un’operazione di «cianfrinatura», ossia tappare con delle pezze di tessuto le falle fra le paratoie metalliche dello sbarramento sul Brembo, situato a nord del ponte Cavour, vicino a via Aldo Moro, danneggiato durante la piena del 30 ottobre 2008.
Secondo l’accusa, il sommozzatore lavorava senza il brevetto subacqueo di operatore tecnico e non era stato sottoposto agli accertamenti sanitari obbligatori per questo tipo di lavoro. Inoltre il pm contestava a al 49enne la sottovalutazione del rischio legato al lavoro in una zona segnalata come pericolosa. Non solo: secondo le contestazioni non erano stati designati lavoratori che potessero intervenire per gestire l’emergenza e non era stata fornita ad Alessandro Cuppini un’idonea formazione professionale al fine di fargli acquisire idonee competenze per eseguire in sicurezza i lavori subacquei.
Ma è sull’equipaggiamento che si sono concentrate le accuse del pubblico ministero. Per l’accusa, infatti, il 49enne avrebbe fornito al sommozzatore «attrezzatura subacquea in cattivo stato di conservazione e manutenzione». Scrive il pm nel capo d’imputazione che «la manutenzione veniva fatta mediante l’utilizzo di pezzi non originali che determinavano il malfunzionamento dell’erogatore del primo stadio e della maschera: quest’ultima presentava una rottura incollata sulla ghiera di plastica». E poi, «la sporcizia riportata all’interno del primo stadio poteva ingenerare una continua erogazione all’interno della maschera che poteva ostacolare la corretta respirazione/espirazione creando i presupposti dell’affanno».
Inoltre, stando alle contestazioni, la dotazione di Cuppini non prevedeva sistemi alternativi di respirazione né era stato controllato che fosse attivo il sistema di comunicazione tra il sommozzatore in acqua e i colleghi a terra. Infine, sempre secondo il pm, il 49enne «non disponeva la presenza di un subacqueo di sicurezza». In pratica, conclude il pm nel suo capo d’imputazione, Cuppini, che stava operando in acque molto fredde, «a causa della pessima manutenzione dell’attrezzatura si trovava in stato di difficoltà respiratoria con accumulo di anidride carbonica».
Per la mancanza di un sistema di comunicazione, il sub non era riuscito ad avvertire i colleghi in superficie. I quali, sempre stando alle conclusioni del pm, non avevano potuto recuperarlo, perché mancava pure l’imbragatura. Quando era stato recuperato, per Alessandro Cuppini - che in passato aveva lavorato come cineoperatore freelance in zone «calde» del pianeta - non c’era purtroppo già più nulla da fare.
VVF CARLO DI GIUSEPPE
Teramo- Perde la vita un sommozzatore dei vigili del fuoco di Teramo, Carlo Di Giuseppe, 55 anni, mentre si addestrava al largo della costa di Giulianova (Te), insieme a un collega. Il fatto e’ avvenuto nel primo pomeriggio, quando in immersione Di Giuseppe si è sentito male. Aiutato dal collega è risalito in superficie dove è stato soccorso da un altro vigile rimasto sul gommone. Chiamato l’elicottero dei Vigili del fuoco di Pescara, che si trovava in zona, l’uomo è stato issato a bordo e portato sulla banchina del porto di Giulianova, dove era ad attendere un mezzo del 118. Inutili i tentativi di rianimarlo. (Fonte: Piazza Grande quotidiano abruzzese)
MORENO DE BIASE
Giovane sub muore dopo 15 giorni di agonia
30 aprile 2006 — pagina 05 sezione: Piombino
GROSSETO. È morto dopo un’immersione subacquea. È morto sul lavoro. Perché Moreno De Biase, 32enne diver grossetano, sott’acqua non ci andava per hobby vacanziero ma per guadagnarsi il pane. “Artigiani dell’acqua”, chiamano quelli come lui. Gente invisibile, che nel mondo invisibile degli abissi costruisce. Moreno nell’ambiente era conosciuto come uno dei più bravi. Per questo lo chiamavano da ogni parte d’Italia e non solo. Per questo era stato fra i protagonisti di una grande avventura come il recupero dei tesori del Polluce. Per questo il 13 aprile, alle 5 del pomeriggio, era immerso nelle acque del Garda, assoldato dalla ditta Sub Iper di Brescia per allestire un campo di boe da ormeggio voluto dal Comune di San Felice del Benaco.
Un lavoro semplice, quasi banale per uno come lui. Tre o quattro metri al massimo di profondità. E invece in quella “pozzanghera” Moreno De Biase ha trovato la morte. Un malore in acqua, l’asfissia, il coma e poi la fine, dopo due settimane di agonia. I medici del reparto di rianimazione dell’ospedale di Desenzano hanno decretato che non c’era più nulla da fare nella mattinata di giovedì. Ieri mattina il suo corpo, dopo l’autopsia è stato riconsegnato ai familiari. Il babbo Paolo, la mamma Raffaella, il fratello più giovane, Danilo, e Manuela, la fidanzata follonichese di Moreno, che sin dal giorno del drammatico malore sono saliti sul Garda per stare vicini giorno e notte al loro caro.
Proprio la madre, Raffaella Galluccio, insegnante a Grosseto, non ha resistito al dolore. Alla vista del corpo senza vita è crollata, tra le lacrime dei familiari e dei colleghi del figlio, giunti a portare l’estremo saluto all’amico. Intorno all’una di ieri il feretro è partito per Grosseto dove alle 15.30 di oggi, nella chiesa della Sacra Famiglia si celebreranno i funerali.
Sulla morte di Moreno De Blase, incidente sul lavoro, è aperta ovviamente un’inchiesta della magistratura. Il dramma, come detto, si è consumato il 13 aprile, verso le 17, nello specchio d’acqua antistante il porticciolo di San Felice del Benaco. Moreno lavorava a non più di quattro metri di profondità, in immersione probabilmente già da alcune ore. Aveva quasi finito, i compagni lo aspettavano sul gommone d’appoggio. D’improvviso gli stessi colleghi hanno visto bolle d’acqua salire in superficie. Hanno capito subito, si sono tuffati e hanno tirato su Moreno ormai privo di conoscenza. La pronta rianimazione dei sanitari del 118 riuscì in extremis a restituirgli il battito cardiaco e una flebile speranza di vita, spentasi 15 giorni dopo. Quasi certamente il giovane sub grossetano è rimasto vittima di una congestione intestinale, ma solo l’autopsia potrà chiarire con precisione che cosa abbia causato il malore e probabilmente se ci sono responsabilità legate al mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro.
Ma ora è il momento del dolore. Straziante, quello di mamma Raffaella, che ieri sera all’obitorio del cimitero ha mozzato il fiato e lacerato i cuori dei tanti amici e conoscenti arrivati per stringersi alla famiglia.
Una famiglia conosciutissima, che da sempre abita in via della Serenissima. Come conosciutissimo a Grosseto era Moreno, nonostante ormai da diversi anni, seguendo la passione del diving, fosse emigrato all’Elba. Diplomato al liceo scientifico, in tanti lo ricordano bagnino a Castiglione, già catturato dal richiamo del mare. «Questa maledetta passione me l’ha portato via», ripeteva ieri sera disperata mamma Raffaella. Quella “maledetta” passione che Moreno aveva trasformato in un lavoro. Bello, difficile, a volte capace di uccidere.
Emilio Guariglia
Un lavoro semplice, quasi banale per uno come lui. Tre o quattro metri al massimo di profondità. E invece in quella “pozzanghera” Moreno De Biase ha trovato la morte. Un malore in acqua, l’asfissia, il coma e poi la fine, dopo due settimane di agonia. I medici del reparto di rianimazione dell’ospedale di Desenzano hanno decretato che non c’era più nulla da fare nella mattinata di giovedì. Ieri mattina il suo corpo, dopo l’autopsia è stato riconsegnato ai familiari. Il babbo Paolo, la mamma Raffaella, il fratello più giovane, Danilo, e Manuela, la fidanzata follonichese di Moreno, che sin dal giorno del drammatico malore sono saliti sul Garda per stare vicini giorno e notte al loro caro.
Proprio la madre, Raffaella Galluccio, insegnante a Grosseto, non ha resistito al dolore. Alla vista del corpo senza vita è crollata, tra le lacrime dei familiari e dei colleghi del figlio, giunti a portare l’estremo saluto all’amico. Intorno all’una di ieri il feretro è partito per Grosseto dove alle 15.30 di oggi, nella chiesa della Sacra Famiglia si celebreranno i funerali.
Sulla morte di Moreno De Blase, incidente sul lavoro, è aperta ovviamente un’inchiesta della magistratura. Il dramma, come detto, si è consumato il 13 aprile, verso le 17, nello specchio d’acqua antistante il porticciolo di San Felice del Benaco. Moreno lavorava a non più di quattro metri di profondità, in immersione probabilmente già da alcune ore. Aveva quasi finito, i compagni lo aspettavano sul gommone d’appoggio. D’improvviso gli stessi colleghi hanno visto bolle d’acqua salire in superficie. Hanno capito subito, si sono tuffati e hanno tirato su Moreno ormai privo di conoscenza. La pronta rianimazione dei sanitari del 118 riuscì in extremis a restituirgli il battito cardiaco e una flebile speranza di vita, spentasi 15 giorni dopo. Quasi certamente il giovane sub grossetano è rimasto vittima di una congestione intestinale, ma solo l’autopsia potrà chiarire con precisione che cosa abbia causato il malore e probabilmente se ci sono responsabilità legate al mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro.
Ma ora è il momento del dolore. Straziante, quello di mamma Raffaella, che ieri sera all’obitorio del cimitero ha mozzato il fiato e lacerato i cuori dei tanti amici e conoscenti arrivati per stringersi alla famiglia.
Una famiglia conosciutissima, che da sempre abita in via della Serenissima. Come conosciutissimo a Grosseto era Moreno, nonostante ormai da diversi anni, seguendo la passione del diving, fosse emigrato all’Elba. Diplomato al liceo scientifico, in tanti lo ricordano bagnino a Castiglione, già catturato dal richiamo del mare. «Questa maledetta passione me l’ha portato via», ripeteva ieri sera disperata mamma Raffaella. Quella “maledetta” passione che Moreno aveva trasformato in un lavoro. Bello, difficile, a volte capace di uccidere.
Emilio Guariglia
RODOLFO ANNICCHIARICO
Morire di lavoro. In fondo al mareLa trentaduesima vittima è un o peraio sub di 59 annirimasto schiacciato al largo dell'ElbaÈ la s econda tragedia in pochi giorni in provincia diLivorno dopo quell a alle Acciaierie
di Luciano De Majo
Stavolta la morte bianca ha colpito al di là del canale. In mare, per la precisione. Dalle Acciaierie di Piombino la tragedia del lavoro si è spostata nelle acque che circondano l'isola d'Elba. Ieri mattina un sub di 59 anni è morto, schiacciato a 20 metri di profondità da un tubo che stava cercando di posizionare sul fondale. La vittima si chiamava Rodolfo Annicchiarico e viveva a Latina con moglie e figli. Era dipendente di una ditta di Caserta, la Technosub di Caserta, che aveva ricevuto dalla Comunità montana dell'Elba l'incarico di sistemare la tubazione per un lavoro di restauro delle condotte della rete fognaria. È ancora presto per capire come siano andati i fatti con precisione. Per tutta la giornata di ieri, nella sede della Capitaneria di Portoferraio i colleghi del sub hanno reso le loro testimonianze davanti ai militari impegnati nella ricostruzione della dinamica del tragico incidente. Per ora è possibile formulare solo ipotesi: secondo la più attendibile, Annicchiarico è rimasto schiacciato dal tubo che stava lentamente raggiungendo il fondo del mare, attraverso due galleggianti che, per cause che dovranno essere stabilite, hanno ceduto facendo precipitare la condotta. Il tubo che si stava immergendo e che doveva essere posizionato era lungo circa 50 metri, per un diametro di 50 cm, e pesava alcune tonnellate. Per l'uomo è stato praticamente impossibile liberarsi e tentare una via di fuga. La Procura livornese ha aperto un'indagine, affidata al sostituto procuratore Mario De Bellis, che ha disposto l'autopsia sul corpo del sub ed il sequestro di tutte le attrezzature del sub e del pontone attraverso il quale venivano effettuati i lavori. Fra i primi ad accorrere a Marina di Campo, il centro elbano più vicino al luogo dell'incidente, il presidente della Comunità montana Danilo Alessi con l'assessore Maria Grazia Mazzei. Anche il Comune di Portoferraio, la principale città dell'isola d'Elba, ha espresso il proprio cordoglio per la morte del sub. «Il dolore è particolarmente sentito dice il municipio di Portoferraio - in considerazione del fatto che era impegnato nella realizzazione di un'opera pubblica, peraltro di grande rilievo, quale la condotta sottomarina per lo smaltimento delle acque fognarie di Campo nell'Elba». E nel giorno in cui si registra la trentaduesima morte bianca dall'inizio dell'anno in Toscana, la Regione, attraverso l'assessore al Lavoro Gianfranco Simoncini, ha presentato due progetti per combattere l'altra grande piaga del lavoro sommerso. «Non è certo con la legge Bossi-Fini - ha spiegato - che si può pensare di governare il problema dell'immigrazione clandestina e di affrontare la piaga del lavoro nero. L'unico modo per affrontare una questione che assume, anche nella nostra regione, i caratteri drammatici del caporalato ed è spesso strettamente intrecciata con i problemi della sicurezza e della tutela della salute, è quello di far emergere ciò che, fino ad oggi, resta ancora in buona parte sommerso». Simoncini ha quindi ricordato che «la Regione ha attivato iniziative che puntano sulla formazione, sull'alfabetizzazione, l'accoglienza, strumenti per l'integrazione sociale e la stabilità occupazionale. È solo favorendo l'integrazione, infatti, che possiamo pensare di aggredire alla base fenomeni che si autoalimentano in una spirale perversa e difficilmente controllabile». In particolare, l'assessore ha ricordato due progetti, già finanziati per un milione e centomila euro, inseriti nel Patto per l'occupazione e lo sviluppo ed ha annunciato che la Regione ha deciso di avviare una ricerca per approfondire i contorni di un fenomeno a tutt'oggi sfuggente e difficile da definire e quantificare
28 maggio 2005 pubblicato nell'edizione di Firenze (pagina 1)
LUIGI LONGO
Il sub morto a Marano nel 2004 usava il
Un tragico filo nero lega la morte dei due sub sloveni con la disgrazia che il 26 luglio del 2004 costò la vita a Luigi Longo, il 34enne sommozzatore professionista goriziano annegato nelle acque della laguna di Marano. Il tragico filo nero ha un nome e si chiama ”rebreather”. Si tratta di un’apparecchiatura messa a punto per scopi militari: impedisce l’emersione delle bolle d’aria.
Ma c’è un altro legame tra le due Tragedie del mare e a ricordarlo sono i genitori di Luigi, Orazio e Carmela Longo: «Mio figlio era un sommozzatore esperto e aveva ottenuto il brevetto nella miglior scuola esistente, quella di Marsiglia. Era stato addestrato nella Legione straniera e aveva lavorato nei mari di tutto il mondo. Quel giorno in laguna doveva eseguire per conto della ditta Geomar dei controlli sul tubone che porta in mare aperto i liquidi trattati dal depuratore. La disgrazia è avvenuta a una profondità di 14 metri. A tradirlo è stato il cattivo funzionamento proprio del rebreather che quel giorno usava per la prima volta. Quell’apparecchiatura proveniva dalla ditta Nicola Donda di Trieste, la stessa che ha fornito la stessa apparecchiatura ai subi deceduti a Trieste».
La morte di Luigi Longo aveva provocato l’apertura di un’inchiesta della magistratura. Dopo gli accertamenti la società Nicola Donda è uscita indenne. Assolto.
«Noi non abbiamo preso un centesimo di risarcimento dei danni - specifica il signor Orazio - . Vogliamo ribadire con chiarezza che l’apparecchiatura costata la vita a nostro figlio ci risulta essere fuori legge in molti stati europei. Da allora viviamo in uno stato di profondo dolore perché Luigi era il nostro unico figlio. Vorremmo incontrare le famiglie dei due sub sloveni scomparsi, ci piacerebbe poter fornire il nostro supporto in questo momento delicato anche in ambito legale. Nostro figlio è stato trattato senza il rispetto che meritava: le tre perizie eseguite da tre differenti professionisti, hanno fornito risultanti discordanti, non restituendoci la giustizia che ci attendevamo. Speriamo che la nostra denuncia non cada nel vuoto e che possa servire ad evitare nuove vittime».
(r.c. - il Piccolo)
Ma c’è un altro legame tra le due Tragedie del mare e a ricordarlo sono i genitori di Luigi, Orazio e Carmela Longo: «Mio figlio era un sommozzatore esperto e aveva ottenuto il brevetto nella miglior scuola esistente, quella di Marsiglia. Era stato addestrato nella Legione straniera e aveva lavorato nei mari di tutto il mondo. Quel giorno in laguna doveva eseguire per conto della ditta Geomar dei controlli sul tubone che porta in mare aperto i liquidi trattati dal depuratore. La disgrazia è avvenuta a una profondità di 14 metri. A tradirlo è stato il cattivo funzionamento proprio del rebreather che quel giorno usava per la prima volta. Quell’apparecchiatura proveniva dalla ditta Nicola Donda di Trieste, la stessa che ha fornito la stessa apparecchiatura ai subi deceduti a Trieste».
La morte di Luigi Longo aveva provocato l’apertura di un’inchiesta della magistratura. Dopo gli accertamenti la società Nicola Donda è uscita indenne. Assolto.
«Noi non abbiamo preso un centesimo di risarcimento dei danni - specifica il signor Orazio - . Vogliamo ribadire con chiarezza che l’apparecchiatura costata la vita a nostro figlio ci risulta essere fuori legge in molti stati europei. Da allora viviamo in uno stato di profondo dolore perché Luigi era il nostro unico figlio. Vorremmo incontrare le famiglie dei due sub sloveni scomparsi, ci piacerebbe poter fornire il nostro supporto in questo momento delicato anche in ambito legale. Nostro figlio è stato trattato senza il rispetto che meritava: le tre perizie eseguite da tre differenti professionisti, hanno fornito risultanti discordanti, non restituendoci la giustizia che ci attendevamo. Speriamo che la nostra denuncia non cada nel vuoto e che possa servire ad evitare nuove vittime».
(r.c. - il Piccolo)
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